Alessandro Spano

Carnevale con apartheid

13 febbraio 2015

A Carnevale ogni scherzo vale, ma il divieto di entrata per i minori di 21 anni – misura introdotta per l'edizione 2015 dei festeggiamenti serali a Cadenazzo – non dovrebbe rendere allegro proprio nessuno. Siamo di fronte a una nuova limitazione della libertà costruita per colpire solo una fascia della popolazione, giustificata con motivazioni pretestuose e adottata in un incredibile silenzio politico: l'ennesimo segnale che la nostra società sta diventando proibizionista, nella quale essere adolescenti è una maledizione.

È vero che negli ultimi anni l'abuso di alcool al Carnevale è aumentato, così come le corse in ambulanza per minorenni in coma etilico. Ma sono davvero solo gli under 18 a «tritarsi», oppure – come ha spiegato il presidente Bixio Caprara, presentando l'edizione 2015 Rabadan – i veri problemi sono in altre fasce di età? Personalmente ricordo soprattutto casi di «over 30» in situazioni imbarazzanti, fra i vicoli di Bellinzona o ai lati di qualche capannone più alla buona. Eppure, la cronaca ci dice che solo i minorenni si vedono chiudere in faccia i cancelli di un numero crescente di Carnevali.

La cosa è talmente incredibile che va descritta per esteso e con precisione: nel silenzio generale, è stato introdotto il divieto di accesso a una festa libera, organizzata su suolo pubblico, che discrimina una precisa categoria di persone. Roba da far venire i brividi, ma che a uno sguardo attento si dimostra il risultato di un ragionamento che vede intrecciati una malintesa preoccupazione per il benessere dei nostri giovani e considerazioni… molto più terrene.

Se vi mettete nei panni delle società organizzatrici del Carnevale, è facile capire che un minorenne costa soldi e fatica (per le misure di sicurezza e per vietargli di acquistare alcolici) ma non rende (visto che, per aggirare il divieto, si porta l'alcool da casa). Un adulto, invece, nella maggior parte dei casi non crea problemi di ordine pubblico, quindi non costa e rende (perché ha soldi in tasca e li spende, eccome se li spende). Ovviamente questa equazione non l'ha citata nessun promotore di divieti, preferendo giri di parole diluite nel politicamente corretto.

E sì che se volessimo davvero risolvere il problema dei minorenni che a Carnevale abusano di alcool, i provvedimenti intelligenti non mancherebbero: dall'accesso accompagnato da un genitore fino alle tendine sorvegliate da volontari, fino magari al recupero obbligatorio dei figli da parte delle famiglie a fine serata. Idee buttate lì un po' a caso, ma che di certo non potranno essere peggio della segregazione demografica che si sta imponendo nei Carnevali ticinesi.

Già perché le cose nel 2015 sembrano avere toccato un nuovo livello. Finora avevamo conosciuto i Carnevali con apartheid per i minorenni, ma – come detto all'inizio – la novità è il divieto di accesso per i minori di 21 anni, forse suggerito da qualche buontempone di ritorno dagli USA. In questo modo la maggiore età torna ai livelli degli anni '70 dentro le tendine, mentre ogni 19enne può andare alla più vicina stazione di benzina e comprare – in sacrosanta pace, va detto – una cassa di birra. Nella sua totale assurdità, l'invenzione nata a Cadenazzo ha perlomeno il merito di attirare la nostra attenzione sulla deriva folle che stanno prendendo le cose.

E nessuno dica che si tratta di una questione marginale, perché è il riflesso di un pensiero di fondo: al giorno d'oggi nessun 30enne – ma nemmeno un 21enne come me – scambierebbe l'adolescenza che ha vissuto con quella di un ragazzo nato alla fine degli anni '90, che tra le altre (molte) difficoltà deve anche subire una mole sempre più soffocante di divieti, introdotti con troppa leggerezza da chi si è dimenticato di essere stato giovane.

Ci vantiamo spesso di vivere in una società libera, senza accorgerci che la lotta per mantenerla tale va combattuta ogni giorno, respingendo ogni tentativo di ridurre le nostre possibilità di scelta in nome di una presunta maggiore sicurezza. Di altri provvedimenti che flirtano con il proibizionismo americano, il terrorismo psicologico e la voglia di scaricare i problemi sugli altri, davvero non ne sentivamo il bisogno. Soprattutto a Carnevale.