Alessandro Spano

Noi ragazzi di oggi, i frontalieri, i sacrifici e l’immigrazione di massa...

04 febbraio 2014

Alessandro Spano, vice presidente Giovani Liberali Radicali Ticinesi

Ci siamo: domenica sapremo finalmente se l’iniziativa “Stop all’immigrazione di massa” dell’UDC ha trovato quel consenso popolare (e dei Cantoni) che il primo partito in Svizzera spera. Nelle ultime due settimane siamo stati bombardati di articoli, interviste e uscite fuori dal coro (ad alcuni la frizione è scivolata…) e non è, quindi, mia intenzione dirvi cosa votare, ma vorrei portarvi qualche spunto di riflessione. Una cosa è certa: se l’iniziativa non dovesse passare, i promotori non potranno giocarsi la carta del “non ci hanno dato abbastanza spazio sui media” o “eravamo contro tutti”.

È vero, la Svizzera - e il Ticino - non può vivere senza l’Unione Europea: basti pensare che un franco ogni due di ricchezza creato in Svizzera è creato grazie all’UE e, onestamente parlando, non so quanto ci convenga denunciare gli accordi bilaterali; questo perché le istituzioni di Bruxelles aspettano soltanto questo momento per obbligarci ad entrare nelle stanze del Parlamento europeo. Oltre all’ex Presidentessa della Svizzera Calmy-Rey non so chi vede di buon occhio questa possibilità. Per non parlare delle pressioni che la nostra piazza finanziaria sta subendo, da parte di USA e UE, sempre più spinta ad adattarsi agli standard OCSE.

D’altro canto, dalla mia piccola e breve esperienza, posso fare sicuramente alcune considerazioni anche in senso opposto. Sempre più spesso veniamo a conoscenza di frontalieri che percepiscono 1250 franchi al mese (se gli va bene, un ticinese non ci paga nemmeno l’affitto), dumping salariale in aumento, frontalieri che firmano contratti da 2500 franchi dovendo lavorare al cinquanta per cento ma che, purtroppo, lavorano al cento per cento. Assistiamo anche a casi dove alcune banche assumo apprendisti bancari frontalieri preferendoli a ragazzi che vivono in Ticino.

La cosa che, però, mi ha personalmente toccato maggiormente è il sentirsi dire - troppo spesso - che noi giovani vogliamo la pappa pronta, non siamo disposti a fare sacrifici, non ci diamo abbastanza da fare per migliorare le condizioni attuali del Cantone e, più in generale, della Svizzera. A dirlo, ovviamente, non erano giovani, ma persone in pensione o con il posto di lavoro sicuro. Certo, ci sono giovani che non hanno voglia di arare nemmeno l’angolo di giardino del nonno sotto lauta ricompensa, ma sono più che certo (e conosco esempi) che ci sono ragazze e ragazzi della mia età che fanno un sacco di sacrifici. Basti pensare a chi lascia la propria casa per andare a studiare all’estero alla ricerca di fortuna, a quei giovani che decidono di fare l’apprendista asfaltatore, a chi si alza tutte le mattine alle cinque per andare a scuola o al lavoro, o ancora a chi lascia il Ticino perché qua non può realizzare i propri sogni. Ecco, credo che quest’ultimo punto sia il più grande fallimento per uno Stato.

Se la generazione dei miei genitori quando finiva l’apprendistato aveva la garanzia di trovare un posto di lavoro sicuro, duraturo, ciò non vale per me e i miei coetanei, e credo che sia proprio per questo motivo che la mia generazione faccia ancora più sacrifici di quella dei miei genitori.

Una cosa è certa: il 10 febbraio ci risveglieremo e, indipendentemente dall’esito della votazione, avremo a che fare con la nuda e cruda realtà: a molti di noi suonerà la sveglia per recarci al lavoro; ad alcuni invece, suonerà... ma non per andare a lavorare.